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L’allegoria della gratitudine in 2 millenni

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Marcantonio
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Pompeij

 

Il tema mitologico delle Grazie, abbinato all’iconografia di Venere, fu da sempre fonte e ispirazione ad artisti pittori, scultori e artigiani le cui opere vengono fatte conoscere con l’invenzione della stampa in più esemplari su fogli di carta. Eccellentissimo nel riprodurre opere d’arte con incisioni su rame fu Marcantonio Raimondi (1480-1534). A Roma nel 1509, assunto nella cerchia degli amici di Raffaello, in 10 anni di collaborazione contribuì a rendere popolare l’arte del già celebre pittore. Su stampe e con la segnatura “Raphael opus -MA fecit” incise più di 70 sue opere, fra le quali «le tre grazie» degli affreschi nella “Loggia di psiche” di villa Farnesina. Per qual motivo le “tre Grazie” della collezione Borghese non viene riprodotta e Marcantonio incide e stampa la versione di un bassorilievo romano e non quella dipinta dal suo amico, resterà ignota. Ragionevole è pensare che  la famiglia Borghese e altri centri di cultura clericale, non hanno voluto che fosse data troppa popolarità a un dipinto privo di contenuto religioso e morale, dove le graziose aiutanti di Venere assumono un alto grado di attrattività visiva. Evidentemente una bella e decorativa immagine, con forte senso simbolico, ma non d’essere a scopo commerciale diffusa con stampe anche in paesi con altre tendenze religiose. È così che con un diniego nasce un “Copyright” fantasmagorico che viene tramandato insieme con il dipinto a chi diventa nuovo padrone dell’opera. Difatti sorprende che nessuno di loro mai ha dato il permesso di pubblicare con stampe  le “tre Grazie” di Raffaello.

Anche l’ultimo dei possessori del quadro, il Duc d’Aumal, mise freno a troppa popolarità dell’Allegoria. Acquistata al prezzo di 25’000 Livre nel 1885 in Inghilterra, da aggiungere ad altre opere italiane nella la sua grande raccolta d’arte, riunita defitnitivamente nel suo castello a Chantilly, trovò un’altra forma di “Copyrigt” nel trasformare la collezione in un museo. Denominata in Musée Condé, passa con un lascito al “Institut de France” che deve rispettare le severe clausole del testamento: “… .à cet égard aucune èchange et sans pouvoir prêter aucune des objets qui les composent; ne peut prêter aucune des oevres qu’il dètient.” È così che dal 1897 il pubblico può ammirare le “tre Grazie”, esposta in una vistosa cornice d’argento, nella sala “il Santuario” esclusivamente a Chantilly, non potendo essere data in prestito ad altri musei in esposizioni dedicate a Raffaello Sanzio. Questo spiega perché la documentazione delle “tre Grazie”, durante centinaia di anni, fu tramandata nel mondo dell’arte solo in forma descritta. Lo storico d’arte J.D. Passavant (1787-1861) in visita nel 1833 da Lord Dudley a Londra, allora in possesso del Raffaello, nota con rammarico di non aver dato il permesso al noto incisore Desnoyers di eseguire una incisione delle “tre Grazie”: “Wir würden sonst einen gefälligen Kupferstich mehr von ihm besitzen und uns nicht mit demjenigen begnügen zu müssen, welchen Sherwin in Punktimanier in der Grösse des Originals ausgeführt hat”.

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Francesco del Cossa, Ferrara 1474. Evidentemente in questa versione le tre Grazie non offrono pomi dorati ma frutti come mele, pere, arance e limoni.
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Opera Greco-Romana nella libreria della Cattedrale, Piccolomini, a Siena.

 

Da allora, dell’esistentza di una copia a olio del dipinto, o di copie stampate con la migliorata lithografia a più colori, non sono a riguaro pervenute notizie.

Anche se già nel 1830 con Niépce la fotografia prende avvio, solamente dal 1850 perfezionando la tecnica della fotoreprografia e il procedimento della stampa, in base a prime fotografie scattate nel Museo Condè, nei decenni a cavallo del secolo, nelle edizioni monografiche su Raffaello, vengono pubblicate adeguate immagini ancora in bianco e nero.

Con rifermento a suddette considerazioni, si può affermare che negli anni 1822-23 dal dipinto originale delle “tre Grazie” di Raffaello, per la prima volta fu eseguita da Marie-Victoire Jaquotot una riproduzione in colori vetrificabili su una lastra di porcellana, che però rimase sconosciuta a studiosi e storici d’arte fino all’anno 2001.

 

 

 

 

 

 

 

Letteratura secondaria su Raffaello:
  • Monografia1895 H.Knackfuss, Editore Delhagen & Klafing
  • Monografia 1909 Grog Gronau, Deutsche Verlags-Anstalt
  • Arnold von Salis, Antike und Renaissance 1941 Eugen Rentsch Verlag Zürich
  • Veronika Metren. Die drei Grazien, ISBN  3-447-03435-1
  • J.D. Passavant, Rafael von Urbino, Pagina 113, F.A. Brockhaus, Leipzig 1839

 

Bildnachweise:
  • Tre grazie, piccolomini [Public domain], via Wikimedia Commons, https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/5d/Tre_grazie%2C_piccolomini.jpg
  • Tre Grazie, Francesco del Cossa: [Public domain], via Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AAprile%2C_francesco_del_cossa%2C_11.jpg
  • Tre grazie, Pompeij: [Public domain], via Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AThe_Three_Graces_by_Antonio_Canova_(copy)_-_Hearst_Castle_-_DSC06413.JPG